La città contemporanea è una macchina di estrazione. Non produce semplicemente ricchezza: la cattura, la concentra e la trasferisce verso centri di potere sempre più distanti dalla vita quotidiana delle persone.
L’economia urbana neoliberale non è un disordine spontaneo: è un progetto politico che organizza la città come dispositivo di sfruttamento.
Le metropoli diventano luoghi dove il valore si produce attraverso la precarizzazione del lavoro, la turistificazione dei quartieri, la piattaformizzazione dei servizi e la finanziarizzazione della terra. In questo modello, il territorio è una risorsa da saccheggiare, non una casa comune.
La città contemporanea è alimentata da una rete invisibile e violenta di logistica globale: porti, hub, magazzini, autostrade, zone economiche speciali. Gli oggetti che consumiamo ogni giorno hanno attraversato continenti, sfruttato manodopera sottopagata e devastato territori lontani.
Questa infrastruttura non è neutrale: è costruita sulla compressione dei diritti dei lavoratori, sull’inquinamento sistemico e sull’idea che la velocità del profitto valga più della salute delle persone e dell’ambiente.
Nelle città capitaliste, il lavoro non garantisce più dignità né stabilità. Riders, operatori dei servizi, commessi, addetti alle pulizie, lavoratori culturali, tecnici informatici: tutti inseriti in una catena di appalti, subappalti e contratti temporanei che impediscono qualsiasi forma di autodifesa collettiva.
Il sistema urbano richiede una forza-lavoro sempre disponibile, flessibile, ricattabile. Le vite delle persone diventano organizzate intorno all’incertezza.
Il turismo non è un settore innocente: è una delle forme principali di estrazione capitalista contemporanea. Quartieri interi vengono trasformati in scenografie per visitatori. Gli affitti esplodono, i negozi di prossimità vengono sostituiti da catene globali, i residenti vengono espulsi.
La città si svuota della propria vita reale e diventa un prodotto da vendere. Non è accoglienza: è colonizzazione economica.
La casa perde ogni significato sociale: diventa solo un veicolo di profitto.
Un’economia ecosocialista urbana non si limita a correggere il sistema: lo sostituisce.
Significa:
- creare cooperative di produzione e consumo radicate nei quartieri;
- sostenere imprese municipali gestite democraticamente;
- costruire reti di mutuo soccorso permanenti;
- promuovere mercati contadini e filiere agroecologiche locali;
- riconoscere e finanziare il lavoro di cura come pilastro economico.
La Città Ecosocialista organizza l’economia attraverso la decisione collettiva:
- assemblee economiche di quartiere;
- consigli cittadini di pianificazione produttiva;
- controllo popolare sulle risorse strategiche (terra, acqua, energia, trasporti);
- riduzione del tempo di lavoro salariato per aumentare il tempo di vita.
L’economia non è più il regno della necessità: diventa spazio di libertà.
Costruire una Città Ecosocialista significa costruire potere collettivo.
Non è un processo gentile.
Richiede organizzazione, solidarietà e conflitto, di rivendicare la terra come bene comune, di opporsi allo sfratto di quartieri, di costruire istituzioni popolari capaci di resistere e governare.
Non si tratta di immaginare un futuro ideale: si tratta di cominciare a costruirlo, qui e ora, nei luoghi dove viviamo.
La Città non è data: è una battaglia.